Giochi antichi: Il boeugi
Il boeugi (Le buche)
Anche al boeugi si giocava generalmente in piazza, sebbene fosse adatto qualsiasi luogo che avesse il fondo in terra battuta e fosse abbastanza spazioso. Il fondo in terra battuta era necessario per potervi scavare le buche, e lo spazio ci voleva per potersi allontanare di corsa dalle stesse".
Se mi passate l’apparente contraddizione definirò quello delle buche un gioco di gruppo individuale, nel senso che si giocava in tanti ma ognuno per sé contro tutti gli altri. Almeno in teoria, perché poi nella pratica qualche alleanza non dichiarata si poteva stabilire, qualche favore si poteva scambiare. Ma andiamo con ordine.
Occorreva intanto una soda palla di pezza (come quella del Bèes), una per tutti, e occorreva una buca per ogni partecipante al gioco.
Le buche, naturalmente, si facevano sul posto, scavandole con l’aiuto di un legno o di un sasso e rifinendole a mano per compattarne i bordi e le pareti. Ognuno scavava la propria ma tutte dovevano avere la stessa dimensione, che era quella di una scodella di capienza media. Erano disposte per il lungo, in fila indiana, molto vicine una all’altra. Cominciamo.
La prima fase del gioco e di ogni turno successivo consisteva nel far rotolare la palla di pezza, come fosse una boccia, verso le buche, con lo scopo di farla entrare in una di esse. Ogni giocatore, a turno, effettuava questo tiro (da una distanza di circa due metri dalla buca più vicina) mentre tutti gli altri stavano a lato delle buche, chini sulle medesime, ciascuno avendo ben presente qual era la propria.
La palla parte, rotola verso le buche e, a seconda della forza impressa al tiro, si ferma nella prima o nella seconda, oppure le scavalca entrambe e va a fermarsi in una delle successive, magari in quella di chi ha tirato. La palla sta ancora assestandosi in una buca quando il titolare di quella buca scatta a raccoglierla. Tutti gli altri sono già schizzati via, a raggiera, ma lui mira a uno e gli scaglia contro la palla. Se è centrato, il colpito avrà una penalità; se è mancato, la penalità sarà per chi ha tirato. Ma attenzione: il fuggitivo colpito può raccogliere la palla da terra e scagliarla a sua volta verso un altro, e così via, ripetendosi le eventualità che ho detto, fino a quando uno fallirà il bersaglio e la penalità sarà definitivamente assegnata e marcata con l'introduzione di un sassolino nella buca del penalizzato. Credetemi: ho cercato di essere il più conciso possibile ma di sicuro il sassolino è già nella buca mentre io sto ancora scrivendola.
Un altro giocatore farà rotolare la palla cercando di farla andare in una buca (anche perché, se non ci riesce, un sassolino finirà nella sua); ci saranno altre fughe, altri tiri, altri sassolini nelle buche: qui e lì due, là e qua tre, in questa, e magari anche in quella, quattro. E da adesso si fa sul serio, perché il quinto sassolino fa male, come vedremo; e adesso si può fare e ricevere un favore perché chi è di turno a far rotolare la palla può tentare di non farle raggiungere o di farle scavalcare la buca del più amico tra gli amici, specialmente se questa ha già quattro sassolini.
Ma è sicuramente prossimo il momento in cui una buca ne avrà cinque e il titolare di quella buca, avendo perso il primo gioco, dovrà prepararsi a passà 'l mài, a passare il maglio.
Ecco tutti gli altri disporsi su due file di fronte, a braccia alzate, lasciando tra una fila e l’altra soltanto lo spazio per il passaggio del perdente. Ecco costui infilarsi in quello spazio e percorrerlo ingobbito il più velocemente possibile, proteggendosi la testa con le mani mentre un mulinare di braccia gli fa cadere una gragnuola di colpi sul groppone, certo, le pacche sulla schiena si sentono, e dopo il passaggio sotto quelle doppie o triple forche caudine non sarà facile recuperare immediatamente la posizione eretta. Specialmente se qualcuno, trascinato dalla foga da un vecchio risentimento, avrà menato una botta più dura (in questo caso chi l’ha presa la incassa col sano proposito del "buon rendere" e chi l’ha data sa che più prima che poi toccherà a lui).
Pacche che si sentono, dicevo, e che tuttavia non hanno mai costretto nessuno a rinunciare al turno di gioco successivo che, spazzate le buche, ha subito inizio. E nessuno, finito l’ultimo gioco, se ne andrà senza aver piegato un’ultima volta la schiena indolenzita per colmare diligentemente la propria buca.
Tratto dal libro di Deo Ceschina
Si ringrazia la moglie Elisa Ceschina per la pubblicazione
Giochi di una volta: l'Oca
l'Oca
Anche a oca si giocava in piazza. C’era (e c’è ancora, necessariamente ”ristrutturato"), un muretto alto circa un metro e venti che occupa sul lato Nord quasi un terzo della lunghezza della piazza e delimita verso questa uno spazio privato davanti a una casa d’abitazione.
Il muretto, che dal lato prospiciente la casa è alto una quarantina di centimetri ed è in pratica una lunga panchina col sedile allora in sasso e adesso in cemento, pareva messo lì apposta perché noi potessimo giocare a Oca (un gioco -come state per apprendere- che era quanto di più lontano si possa immaginare dal diffusissimo ”gioco dell’oca").
Formate le due squadre e stabilito, nei modi consueti, quale doveva star "sotto” (e nel caso dell’oca "stare sotto" significava davvero essere sotto), uno dei componenti di quest’ultima (chiamiamola squadra A) appoggiava le braccia, ripiegate, sulla sommità del muretto e poi, piegato in due, si stendeva verso la piazza. Un suo compagno si incurvava su di lui afferrandolo alle reni e mettendo la testa sotto un braccio, un terzo si piegava allo stesso modo sul secondo, sempre cercando di riparare la testa con un braccio, e cosi via fino all’ultimo. Alla fine si aveva un fila di cinque o sei ragazzi , curvi e abbracciati uno all’altro, che dal muretto si stendeva ad angolo retto verso la piazza.
A questo punto il primo dell’altra squadra (chiamiamola squadra B), quello che sapeva spiccare il balzo più lungo, prendeva la rincorsa e arrivato a ridosso della schiena dell’ultimo della fila di A vi appoggiava le mani di slancio per un balzo che lo portava a ricadere, se era veramente bravo, sulla groppa del primo della fila. Un suo compagno lo imitava cercando di regolare il balzo per ricadere sul secondo della fila, e cosi via fino all’ultimo della squadra B il quale -in teoria- con un saltino montava in groppa all’ultimo della squadra A.
Facile? A dirsi!
Intanto la prima regola del gioco imponeva a chi saltava che come ricadeva così doveva restare. Se arrivavi sbilanciato a destra o a sinistra potevi si aggrapparti e stare aggrappato a chi avevi sotto, ma non dovevi fare alcun movimento per migliorare la tua posizione (e naturalmente era tassativamente proibito a quelli sotto di fare alcun movimento che la rendesse più critica). Poi non era detto che il primo B che saltava (chiamiamolo B1) arrivasse fino alla groppa di A1. Magari non ce la faceva, oppure il timore di battere con troppa violenza le ginocchia contro il muretto lo induceva a ”frenare" un poco il balzo e se cadeva dove finiva A] e cominciava A2 lì doveva restare, riducendo lo spazio disponibile per i suoi compagni. E così per B2 era indispensabile arrivargli proprio a ridosso e magari stendersi un po' sopra di lui per non ridurre ulteriormente quello spazio. Insomma, a ogni B che saltava la situazione poteva farsi più difficile per la squadra, anche perché c’è sempre da ricordare che spesso si atterrava in una posizione di equilibrio precario che non si poteva correggere. Ecco perchè l’impegno che più frequentemente toccava all’ultimo B (e per questo si lasciava per ultimo quello che sapeva spiccare il balzo più alto) era di saltare in groppa a uno dei suoi. Alla fine, osservando di lato il complesso di quelli sotto e quelli sopra, invece della linea continua e regolare di un ”cavaliere" per ogni ”cavalcatura" era più facile vedere un profilo che ricordava le due gobbe di un cammello o la gobba unica di un dromedario.
Ho accennato alla possibile situazione critica della squadra B i cui componenti, aggrappati fra di loro, aggrappati a quelli della squadra A e talvolta appesi di traverso come bisacce, fanno sforzi tremendi per non ”cadere di sella", ma è facile immaginare che nemmeno i componenti di A hanno vita I comoda: qualcuno di loro sta magari reggendo da qualche minuto un peso doppio del proprio perchè su di lui gravano due B; qualcun altro deve resistere contemporaneamente a un peso sulla groppa e a quello di un B che aggrappato a lui e sorretto per quanto possibile da un compagno gli sta gradatamente scivolando sotto, ma ancora non molla, fin quasi ad assumere la posizione dei compagni di Ulisse sotto le pecore di Polifemo.
A questo punto avete già capito che lo scopo di quelli sopra è di restare comunque "in sella" fino a quando quelli sotto non ce la fanno più a reggerli, e lo scopo di quelli sotto è di resistere fino a quando uno di quelli sopra mette un piede (o qualunque altra parte del corpo!) a terra: nel primo caso al prossimo turno resta sotto la squadra A, nel secondo va "sotto” la squadra B.
Ma, e oca? Era il grido lanciato o il gemito emesso da quello della squadra sotto che per primo cedeva. Ma perchè oca? Non si sa. Forse perchè non si poteva confondere con altri richiami, i forse perchè era più breve e meno esplicito di "mi arrendo"...
Scegliete voi.
Anche se non comportava botte intenzionali agli avversari, dire che oca non era un gioco rude sarebbe negare l’evidenza, e alla fine qualche ammaccatura era inevitabile. Però nessuno si è mai fatto male seriamente e in conclusione le vere ”vittime" erano le mamme, un’altra volta alle prese con tasche penzolanti e asole vedove.
Al pòrtach dal Sìlu. : ll portico del Silu, com’era: un angolo bellissimo. È stato inevitabilmente cambiato, ma con rispetto, tanto che è bello ancora.
Tratto dal libro di Deo Ceschina
Si ringrazia la moglie Elisa Ceschina per la pubblicazione
I tòr
I tòr (I tori)
Il gioco dei "tori" si faceva in piazza. Quale piazza? La piazza.
A Milano quando si dice "in Galleria” nessuno chiede quale galleria!
La pavimentazione della piazza era in terra battuta (ideale per molti giochi) ma lungo tutto il suo lato nord passava (e passa) la strada principale del paese, che allora aveva il fondo di ciottoli e in quel tratto divideva la piazza dalle case.
Il gioco contrapponeva due squadre che in origine si chiamavano rispettivamente Tòr (Tori) e Pnstùu (Pastori). l Tori avevano facoltà di "incornare" i Pastori ai fianchi con zuccate alle quali i Pastori opponevano i gomiti, ma questa pratica non era molto seguita perché agli effetti del risultato della partita poteva essere controproducente per i Tori. Anche per questo il gioco fini col chiamarsi semplicemente i Tòr e col contrapporre due squadre di Tori.
Le squadre si formavano col solito sistema di scelta alternata dei componenti da parte dei due più quotati per quel tipo di gioco e che avevano fatto a "pari e dispari". Se era presente, uno dei due era inevitabilmente il Zipìn dal Togn che aveva veramente la struttura e la forza di un torello e che spesso risultava determinante per la vittoria della squadra cui apparteneva.
Le regole del gioco erano semplicissime. Una squadra si schierava tutta sull’acciottolato e l’altra la fronteggiava sulla terra battuta (una linea continua di pietre interrate con l’acciottolato segnava visibilmente il confine tra le due zone). Al ”pronti, via!" tutti i componenti di una squadra, tenendosi in qualche modo uniti tra loro, si buttavano su quelli dell’altra afferrandoli il più saldamente possibile in qualunque parte del corpo (ricordate il “prendi come puoi" della lotta libera?) e cercando di trascinarli tutti sul proprio terreno, così vincendo la partita.
Insomma, era una specie di tiro alla fune senza la fune in cui immediatamente le due squadre trasformavano lo schieramento iniziale in un groviglio inestricabile, fondendosi in mischie che non avevano nulla da invidiare a quelle del "rugby".
D’accordo, era sopra tutto un gioco di forza, ma non solo di forza: perché oltre che ”tirare" si poteva anche "spingere" dopo aver aggirato gli avversari (senza mai staccarsi dal gruppo per non indebolire la propria squadra: ecco un motivo per cui si rinunciava a ”incornare”); perché occorreva cogliere gli avversari nei loro momenti critici; perché si doveva magari fingere un cedimento che preludeva invece allo strattone finale che portava tutti i tori dell’acciottolato sulla terra battuta, o viceversa.
Il gioco aveva fasi alterne di predominio dell’una o dell’altra squadra e il risultato restava in bilico finché anche uno solo dei componenti di una squadra teneva un piede sul proprio terreno, mentre tutti i suoi compagni stavano ormai combattendo in campo avverso. Quando anche quell’uno cedeva la partita finiva e se ne cominciava un’altra semplicemente invertendo le posizioni di partenza.
Ora vinceva una squadra, ora l’altra. Il gioco era violento ma non cattivo né pericoloso: alla fine si contavano "feriti" soltanto fra gli indumenti e gli unici ”morti" che restavano sul terreno erano i bottoni!
Tratto dal libro di Deo Ceschina
Si ringrazia la moglie Elisa Ceschina per la pubblicazione
ELEZIONI
Quest'anno in molte città e paesi ci solo le elezioni del Primo Cittadino (Sindaco).
A me viene in mente una storiella che vi voglio, raccontare, storia lunga, ma simpatica. Diciamo che si riferisce più o meno ai tempi di Don Camillo e Peppone, paese dove c’era la scelta di due partiti: D.C.o P.C.
In questo caso i partiti erano tre: D.C. (Democrazia Cristiana) che non aveva concorrenza e difatti non si preoccupava mai di fare propaganda; P.L.I (Partito Liberale Italiano) Partito dei ricchi, che aveva naturalmente tendenza D.C., e un piccolo Partito Socialista che non faceva paura; ma ultimamente questo Partito Socialista incominciava ad ingrandirsi, perché un gruppo di estremisti, in fama di mangiapreti, aprì in Paese la Sezione del Partito Socialista, questo naturalmente creava dei problemi alla D.C., per la prima volta c’era un vero Avversario.
Cosicchè se i Socialisti promettevano ai contadini di tenere, a breve distanza, la terra, i D.C. gli assicuravano a lunga scadenza il cielo, e cantavano rivolgendosi alla Madonna:
Deh benedici o Madre al grido della fè
Noi vogliam Dio che è nostro Padre
Noi vogliam Dio che è nostro Re
Noi vogliam Dio in ogni scuola,
Perché la cara gioventù
La legge apprende la parola
Della sapienza del buon Gesù
Noi vogliam Dio dov’è la legge
Dov’è la sapienza, dov’è l’amor
Dov’è chi giudica, dov’è che regge
Dov’è che nasce, dov’è che muor.
A questo programma elettorale in chiave mistica i Socialisti opponevano fatti e cifre: i morti di pellagra, la disoccupazione, lo sfruttamento della povere gente, le tasse, gli emigrati in America col Passaporto rosso.
Sponsorizzatore della Sezione sociale e candidato era l’Architetto Dino Colantuomo, un milionario che aveva rotto i rapporti con la famiglia per le sue idee rivoluzionarie;
Bell’uomo vestito con eleganza inglese, partiva dalla città a bordo di una Isotta Fraschini (macchina lussuosa a quei tempi) che lasciava nel cortile di una fattoria prima dell’abitato, nascondendola dietro ad un pollaio e, fattasi prestare una bicicletta, pedalava fino alla Piazza Centrale del paese, con la fronte imperlata di fasullo sudore proletario.
Nelle precedenti elezioni il candidato socialista aveva promesso e ottenuto la fermata del treno direttissimo in paese, conquista inutile, perché il direttissimo si fermava e non saliva nessuno, non avendo, la gente, i soldi per pagare il biglietto.
Dino Colantuomo, avvicinandosi le nuove elezioni, ebbe un’idea migliore: “Prima del treno è necessario procurare ai poveri un altro mezzo di trasporto strettamente personale, di cui molti, purtroppo, sono ancora sprovvisti! Le scarpe” E offrì al Partito , a proprie spese, cento paia di Sgalmare, perché cento era il numero sicuro per vincere le elezioni.
Che cos’erano le sgalmare? Una rozza calzatura a stivaletto, fatta con uno zoccolo di legno di abete alto 3 centimetri, leggermente arcuato, la tomaia di rigido corame inchiodato sul bordo esterno del legno, la cui durata era prolungata da due protettive mezze lune di latta, l’una in punta, l’altra sul tacco. Le sgalmare erano le zattere su cui i nonni dei futuri portatori di “Timberland”, attraversarono le tempeste dell’inverno, oceani di fango e di neve, i piedi violacei di freddo, bloccati e quasi ingessati dentro l’atroce stivaletto, privo di ogni elasticità, ma averli era un lusso a quei tempi.
Nelle precedenti elezioni i notabili liberali che di solito si classificavano secondi, naturalmente dopo la D.C., usavano sedurre gli elettori con pranzi offerti in trattoria a pingui sensali e commercianti, gente che a casa mangiava con regolarità.
La novità strategica dell’Architetto Colantuomo fu quella di dare agli elettori ciò che essi non avevano.
Nella sezione del Partito la sua offerta, sebbene generosa fu ascoltata non senza perplessità, i compagni socialisti ne discussero a lungo.
“Tutto bene!” disse il Responsabile della Sezione, noi distribuiremo le sgalmare!, sono 100 paia, a chi le diamo?
“Ai meno abbienti, è naturale” rispose l’architetto.
“Non è detto però che il meno abbiente sia il più Socialista” - ribattè il Responsabile - questo purtroppo è vero, ci sono delle famiglie poverissime che per ignoranza, per rassegnata soggezione , per timore di chissà quali rappresaglie continuano a dare il voto ai ricchi.
Per fortuna ci sono dei ricchi come l’architetto Colantuomo, che sebbene proprietario di palazzi a Venezia, Roma e via e un allevamento di cavalli nel Parmigiano, dimostra sentimenti socialisti, non a parole, ma coi fatti e di ciò non lo ringrazieremo mai abbastanza.
Ma facciamo un’ipotesi: “Se i poveri, ricevuto le sgalmare, votano per un altro Partito?”. Questo è un rischio che bisogna correre, dissero tutti. Andiamo adagio, si può fare una selezione, mica dobbiamo regalare della roba alla cieca. Per esempio Pietro Sberla , lo escluderei.
Pietro Sberla, il bigliettaio della Stazione? Ma se canta sempre Bandiera Rossa, quando ha bevuto, passata la sbronza, frequenta il Circolo Parrocchiale.
Il Giovanni Scarliga, che bestemmia, anche quello non va bene. Bestemmia solo quando si dà una martellata sul dito o quando la moglie gli fa le corna, poi è anche baritono nella Scola Cantorum, secondo me è una spia dei Preti. Mi gioco la testa se non va a riferire l’elenco dei nostri iscritti!
“Uh, come corri.”
“ A pensare male non si sbaglia quasi mai”. Quest’anno per la Benedizione Pasquale, il Parroco ha saltato la casa di tre nuovi iscritti di questo anno, chi gli avrà fornito i nomi? Qualche moglie in Confessione. Però se insisti questi li depenniamo, però c’è il Mario Ciacola, l’aiutante del Notaio quello le prime scarpe della sua vita le ha avute dall’Esercito. Il Ciacola?, falso come Giuda, quello è capace di cantare: “Noi vogliam Dio, sull’aria di Bandiera Rossa. E il Giacomo Testadura? Anche quello parla Male dei preti, poi manda il figlio a Messa a fare il chierichetto.
Depennati anche questi, resta però da risolvere il problema di fondo “Come evitare i tradimenti”, come assicurarci che le sgalmare vadano in mano, anzi ai piedi di gente che ci voti per davvero.
A questo punto il Gianni Paraguai, emigrato da giovane il quel Paese, detto “Il Parlamai”, una persona che ascolta tanto e parla poco, grande dote che ormai è fuori moda e appartiene al passato, perché tutti noi sappiamo parlare, ma è importante farlo al momento giusto.
Il Gianni Paraguai disse: “ Ho un’idea, distribuiremo prima delle elezioni, le sgalmare sinistre, così vincoleremo 100 elettori, ai quali consegneremo le sgalmare destre dopo la pubblicazione dei risultati. Se vorranno l’altra scarpa saranno costretti a darci i voti. Proporrei addirittura il seguente motto: “Votate la sinistra, vincerete la destra!”. Vedrete sarà un trionfo. Idea subito accolta dagli altri compagni. Stava diventando una bella lotta anche stavolta. La reazione dei D.C alla distribuzione delle monosgalmare non si fese attendere.
Le beghine (tutte donne di chiesa e Comunione) giravano per le case spaventando i dubbiosi e i perplessi: “Non votate i Socialisti” sono quelli che hanno scritto sui muri “ Cloro al Clero”, i loro giornali satirici prendono in giro il Papa e i Sacramenti. Meglio andare in Paradiso scalzi che all’ Inferno con le sgalmare, anche perché sono di legno e vi brucereste subito i piedi. Nulla fu risparmiato in questi casi per distruggere professionalmente e moralmente la figura di Dino Colantuomo. Si mormorò di precedenti poco puliti, per i quali sarebbe stato espulso dall’Albo degli Architetti e, massimo disonore, quella bionda tedesca da lui presentata come moglie , era soltanto la sua segretaria con funzioni di amante.
Naturalmente tutte falsità e lo sapevano anche loro, ma l’importante è vincere le elezioni e questi giri di parole sporche fanno parte del gioco tanto c’è sempre qualcuno che ci crede, dicevano e poi per loro dire falsità non era peccato, facevano il bene della chiesa.
Il Partito Liberale stava a guardare, i suoi soliti voti, li aveva sempre.
Aperte le urne i Socialisti contarono 40 voti. Ciò vuol dire che sessanta percettori di sgalmare avevano tradito. Considerando poi che almeno 10 voti, provenivano dal direttivo della Sezione Socialisti Tesserati e non “Sgalmarati”, sulla cui lealtà non era lecito dubitare. Il numero dei traditori saliva a settanta.
“Galileo”* hai vinto, esclamò livido di rabbia, l’architetto Dino Colantuomo, che nei momenti importanti si compiaceva di citazioni classiche, dopodichè inforcò la bicicletta, andò a prendere l’Isotta Fraschini, dietro il pagliaio e sparì dalla circolazione, per sempre.
Mancando i finanziamenti dell’Architetto la Sezione si trovò in difficoltà non c’erano neanche i soldi per pagare la pigione del locale. E che fare delle 100 sgalmare destre? Accumulate in uno sgabuzzino? Cederle al padrone di casa, in conto dell’ultimo mese di affitto? Si sarebbe messo a ridere.
Allora il responsabile della Sezione, prima di chiudere definitivamente, espose un avviso che diceva: “ Sebbene i risultati elettorali non ci siano stati favorevoli, noi manteniamo la premessa, pertanto tutti coloro che ci hanno dato il voto sono invitati a passare entro tre giorni, nella nostra Sede per ritirare l’altra sgalmara.
Si presentarono in cento!!
* Galileo Galilei era cattolico.
Scritto da Eliseo Ceschina
Ottobre
Lasciata alle spalle l’estate, si entra nella fase autunnale con ottobre, altro mese bellissimo per la montagna, i primi segnali sono il cambiamento di colore delle foglie, ogni albero ha un colore diverso, poi la cosa più importante è il mese delle castagne, delle noci e nocciole.
Nel tempo passato quando si raccoglievano le castagne, si poteva prendere sole quelle che cadevano dalla propria pianta, se qualche ramo sconfinava sul terreno di altri le castagne che ci cadevano, si potevano comunque raccogliere, questo valeva anche per le noci; si aveva il massimo rispetto delle cose degli altri.
Voglio ricordare che a Pigra le castagne si possono già raccogliere dai primi giorni di Ottobre. Quando cadono le castagne in dialetto, si dicono “A croda i castegn”
TRADIZIONI
Ai tempi le castagne raccolte si facevano seccare con il caldo del fuoco, erano messe nel solaio “Graa” sopra una grata di ferro, sistemata vicino alla canna fumaria dove il caldo usciva piano piano da un buco, in questo modo le castagne erano essiccate.
Quando le castagne erano secche, si “picchiavano” (Picum i castegn) non dandole pugni, ma ora vi spiego come: si mettevano poche alla volta dentro un sacco di iuta bagnato in modo che non si rompesse, ci si metteva attorno a un ceppo di legna detto “Scepa”, poi uno per volta a comando si picchiava il sacco sopra di questa “scepa” in questo modo la buccia si staccava e le castagne rimanevano belle pulite, pronte per essere cucinate con la minestra o in altri modi. Qualcuno le dava anche ai maiali.
La pelle delle castagne che non serviva a niente era detta “FOFA” infatti è rimasto il detto che quando qualcuno porta a casa o ti fa vedere qualcosa che serve a ben poco, si dice: “A l’è dumà fofa”.
Certe volte arrivava anche la macchina per sbucciare le castagne (giù alla rotonda) per la gioia di noi ragazzi; era un bell’avvenimento, tutti lì a vedere e curiosare. Quando era messa in moto e incominciava a sbucciare, il motore faceva un rumore tremendo, da un lato usciva la buccia “fofa” e dall’altro le castagne pulite.
Anche per questo rumore è rimasto un detto, difatti quando c’è uno strano e forte rumore di macchina, si diceva: “La par la machina da picà i castegn”. Per usufruire di questa macchina si doveva pagare, non a tutti era possibile. Ricordo che le castagne fatte essiccare erano tante (più di un gerlo) perché dovevano far parte dell’alimentazione per diversi mesi, le castagne secche si conservano a lungo.
A Pigra le castagne si preparavano e si preparano tutt’ora in 3 modi:
Quanti pranzi, noi Pigresi , abbiamo fatto con castagne e patate!
Aver vissuto queste esperienze da bambino sono state molto importanti perché aiutano a crescere.
La FintaLa finta
La finta era un gioco di uno (quello che era "sotto") contro tutti gli altri, sebbene gli altri fossero uniti soltanto dal fatto di trovarsi contro quell’uno.
Era anche un gioco che richiedeva un minimo di "attrezzatura": un barattolo di latta (uno solo per tutti) e una pietra piatta (una piccola pioeuda) per ciascuno. Trovare una pietra piatta per ciascuno era infinitamente più facile che trovare un solo barattolo per tutti, perché a quei tempi in questi luoghi ne circolavano ben pochi e, di quei pochi, molti erano trattenuti nelle case per utilizzarli, dopo averne consumato il contenuto, come recipienti per usi vari e anche per farne tulìn. Il barattolo, che noi chiamavamo scàtula (scatola), veniva collocato al centro di una riga (la riga della scatola) tracciata a un cinque metri da quella che chiamerò la "riga di lancio".
Stando al di qua di questa riga i partecipanti al gioco lanciavano a turno la propria pietra cercando di abbattere la scatola, che naturalmente era stata collocata in posizione verticale.
Alcuni la colpivano al primo tiro ed erano già sicuri di non stare "sotto" se almeno uno degli altri l’avesse mancata; gli altri ci riprovavano, sempre in minor numero, fino a quando uno solo falliva il bersaglio. Se tutti centravano il bersaglio al primo tiro si cominciava da capo, e così anche nei tiri successivi. Alla fine stava giustamente "sotto" chi aveva sbagliato più volte.
A quel punto chi era "sotto" si metteva vicino alla scatola mentre tutti gli altri, dopo che ciascuno aveva ricuperato la propria pietra, tornavano alla riga di lancio per cominciare il gioco, il quale consisteva essenzialmente nel tirare alla scatola e poi, indipendentemente dall’averla colpita o mancata, nell’andare a recuperare una pietra (non necessariamente la propria) senza farsi "prendere" da chi era sotto, per tornare a tirare.
La finta aveva le seguenti regole:
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Chi è sotto può “prendere”, toccandolo, qualunque altro giocatore soltanto quando la scatola è ritta al suo posto e il giocatore è al di la della riga della scatola;
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Il giocatore “preso” va sotto al posto cli chi lo prende;
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Chi è al di là della riga e si impossessa di una pietra ma non ce la fa a rientrare, può lanciarla a chi non ha ancora superato la riga della scatola e questi può tirare di nuovo;
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Si può tirare alla scatola soltanto dalla riga di lancio;
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Il tiratore non deve superare col piede la riga di lancio (come i discoboli, i pesisti e i lanciatori di martello e di giavellotto nelle gare di atletica leggera), altrimenti prende il posto cli chi è sotto.
Con queste premesse, vediamo ora al tiro il primo giocatore, che può naturalmente centrare o fallire il bersaglio. Se lo centra, la scatola vola via e il giocatore ha buone probabilità di superare di corsa la linea della scatola prima che chi è sotto abbia rimesso al posto la scatola stessa. (Difficilmente il primo tiratore potrà recuperare immediatamente la pietra e tornare in salvo al di qua della linea della scatola, perché nell’andata deve percorrere anche i cinque metri che separano questa linea dalla linea di lancio).
Se invece manca il bersaglio, gli converrà aspettare un’altra i fase del gioco per passare al di là della riga della scatola. Nota: chi ha tirato ed è rimasto al di qua della linea può avvicinarsi alla stessa in attesa del momento buono per superarla.
Un’altra fase può essere il tiro del secondo giocatore dopo il quale, a seconda che la scatola sia stata abbattuta o sia rimasta in piedi, avremo uno o due giocatori che passano correndo oltre la sua linea o che aspettano il tiro del terzo giocatore, e cosi via.
Nota: chi ha superato quella linea ed è braccato da chi è sotto può fuggire anche nella direzione opposta a quella del rientro.
Una situazione tipica del gioco, che può presentarsi sia dopo la prima serie di lanci che in ogni fase successiva, è quella in cui tutti hanno tirato; alcuni sono al di là della linea della scatola e cercano di rientrare con la pietra; altri sono rimasti al di qua ma si tengono vicinissimi alla linea, pronti per oltrepassarla; la scatola è ritta al suo posto e chi è sotto può prendere chiunque sia in movimento al di là della linea. (Intanto tutte le pietre sono al di la della linea, più o meno lontane dalla stessa e tra
loro anche nel senso della larghezza del campo perché i tiri sono stati fatti da angolazioni diverse per disseminare le pietre su un’area più vasta e rendere più difficile il controllo del campo da parte di chi è sotto).
A questo punto cominciano le finte che danno il nome al gioco.
Chi è al di qua della linea può fingere uno scatto verso la stessa per attirare su di sé attenzione di chi è sotto e consentire un rientro o almeno il rilancio di una pietra al di qua della linea. Ugualmente chi è al di là della linea può fare la finta di partire per il rientro favorendo gli scatti di altri per veloci passaggi della linea nei due sensi, mentre chi è sotto cercherà di prendere qualcuno prima che quelli che sono riusciti a tornare alla linea di lancio abbattano la scatola, magari uno dietro l’altro, costringendolo a ripetuti recuperi e riposizionamenti della stessa mentre gli turbinano intorno quelli che vanno e quelli che vengono...
Certamente la posizione di chi è "sotto" è ingrata in tutti i giochi, ma il meccanismo del gioco della finta la rendeva particolarmente dura e spesso anche di lunga durata (i più coraggiosi rischiavano botte alle caviglie per fermare o almeno rallentare con un piede, per averle più vicine, le pietre tirate dalla riga di lancio), Prima o poi però uno ce la faceva a "beccare" chi l’avrebbe sostituito e allora il gioco diventava bello anche per lui.
Finito il gioco, a un compagno fidato si dava l’incarico di custodire la scatola, per ammaccata che fosse, ché la prossima volta non si dovesse tribolare come stavolta per trovarne una.
PS. Per questo gioco, domandando come per tutti gli altri spiegazioni o conferme, ho trovato due versioni diverse tra loro e discordi dalla mia su come si stabiliva chi doveva "stare sotto". Secondo una versione si faceva semplicemente una conta, secondo l’altra tutti lanciavano la pietra verso la scatola per andarvi il più vicino possibile e stava sotto chi ne restava più lontano. Ho mantenuto la mia (che avete letto all’inizio e che non è soltanto mia) perché mi pare più pertinente al gioco.
Ma credetemi: lascerei volentieri ai posteri l’ardua sentenza, se io stesso non fossi un postero!
Tratto dal libro “d'ind'èi d'indè” di Deo Ceschina - Si ringrazia la moglie Elisa per la pubblicazione.
La Cappelletta
La Cappelletta
1
Le mille volte che i perduti passi
ti mossi incontro, Cappelletta amica,
chi le potrà contar se non i sassi
e l’erba e i boschi della strada antica
che a te conduce? Sa la verde soglia
le volte che sostai col libro accanto
e sai tu che non sempre era la voglia
di leggere a fermarmi. Nell’incanto
del primo sole, nella primavera
del giorno ti scoprivo la mattina
custode dei ricordi della sera,
e la tua dolce, bianca Madonnina
mi dava per un fiore e una preghiera
il suo perdono per la sera prima...
2
Un’altra volta, in quella benedetta
ora del dì che il sol sull'orizzonte
lotta per non morire, Cappelletta,
e gravi scendon dall’usato monte
le greggi al piano, con lo scampanio
festoso del ritorno (segna l’ora
del ritorno di tutti, qui!) pur io
lento cammin volgevo alla dimora
e nel passarti accanto salutavo
la Madonnina bianca, ingentilita
dal raggio estremo mentre la guardavo
- orna di fiori freschi e d’infinita
serenità pervasa - e le mandavo
un bacio sulla punta delle dita.
3
Poi la sera... E la notte, quando tace
degli uomini la voce e sol le cose
-vive, nel buio- parlano di pace
con quelle loro voci misteriose,
quando sull’erba bruna e sui sentieri
bianchi stillan le gocce di rugiada,
accompagnato sol dai miei pensieri
ripercorrevo la deserta strada
e mi fermavo, assorto, al tuo balcone
o ai bordi del minuscolo sagrato:
con la mente riandando alle persone
più care del presente e del passato
mentre, laggiù, cantava una canzone
la valle del Mulino Abbandonato.
Tratto dal libro “d'ind'èi d'indè” di Deo Ceschina - Si ringrazia la moglie Elisa per la pubblicazione.
Dicembre
DICEMBRE
Siamo arrivati alla fine dell'anno, con l'inverno e il Freddo alle porte tutti noi facciamo il resoconto dell'annata trascorsa con le solite frasi: “Come passa in fretta il tempo, questo è stato un anno in cui mi sono capitate un sacco di problemi, speriamo sia meglio il prossimo”, anche se sappiamo benissimo che ad ogni anno ci aspettano nuovi imprevisti difficili da superare che ci trovano sempre impreparati, ma questo fa anche parte del percorso della nostra vita.
Così dopo questi pensieri ci prepariamo ad affrontare l'inverno che certe volte sembra lunghissimo e noioso un po' per tutti.
Dicembre però è un mese che ci porta tanta gioia : La Festa del Natale, che ci fa dimenticare un po' i dispiaceri e ci rende più felici e buoni (o almeno dovrebbe essere così).
NATALE PIGRESE : ANNI PASSATI
Il giorno di Natale è sempre stato per noi Pigresi una Festa importante non solo per la nascita del Gesù Bambino, ma era anche l'unica festa dell'anno nella quale la maggior parte delle famiglie Pigresi avrebbe mangiato la gallina, un pranzo di lusso a quei tempi.
Mi ricordo che a Natale noi bambini mettevamo sotto il piatto del Papà una dedica con gli Auguri. Noi non vedevamo l'ora che le trovasse e leggesse, perché alla fine della lettura c'era sempre un regalino per noi. Ecco questo ere il Natale per noi, perché anche dalle piccole cose fatte con amore si impara e crescere e capire veramente cose vuol dire volersi bene.
Questo ere il mese che più si aspettava, perché verso la metà cominciavano e rientrare e case i nostri emigranti dalla Svizzera e dalla Francia, quindi una gioia immense per tutti, dopo un anno poter riabbracciare tutti i famigliari: padri, mogli, figli e tutti gli altri paesani.
Dopo quasi un anno passato lontano, dove l'unico modo per tenersi in contatto coi famigliari era qualche lettera, si sentiva la voglia di passare il natale con amici e parenti.
A tal proposito mi ricordo che mio zio soprannominato Cecheta (Francesco) emigrato come tanti all'età di 13 anni in Svizzera dove faceva il Baby-sitter badando un bambino piccolo, scrisse a mia mamma: "Io chilò sto be, la mia patrona ier mi ha vusato a dietro parcè sum scapuscìato, al pinin le borlato fora dala carusela da mi medesimo ca ruzavo. Ciau surela, speri che enca voi estate be".
(Io qui sto bene, la Signora mi ha sgridato perché sono inciampato e il bambino è caduto fuori della carrozzella che io spingevo. Ciao sorella spero che state bene anche voi.)
A Natale tutti gli uomini indossavano il vestito nuovo. Il taglio dell'abito ere semplice, di linea abbondante e di fatture artigianale, era chiamato (LA VESTIMENTA). Si usava per tutta la vita e lo si tramandava ai figli.
Naturalmente si festeggiava tutti insieme, sia alla S. Messa, sia dopo nei bar e si passava casa per casa a fare gli auguri; tutto il Paese si abbracciava e forse è anche per questo che il Natale sembrava
o era più bello. Mi ritengo fortunato di aver passato questi bei natali con la gente di quegli anni in cui anche l’inverno sembrava più corto.
Comunque il Natale è sempre una bella festa in qualsiasi periodo capiti e sta e noi per farla diventare sempre migliore.
Testo di Eliseo Ceschina - Dicembre 2010
NovembreNOVEMBRE
Si incominciano o sentire i primi brividi di freddo, si lasciano i vestiti un po' leggeri, si apre l'armadio e s'inizia ad indossare qualcosa più pesante.

Nel mese di Novembre, quando ero poco più di un ragazzino, mi ricordo che si andava a pulire col rastrello tutte le foglie e i ricci delle castagne, raccogliendo così le ultime sul prato pulito; dico prato, perché sotto tutte le piante di castagno cresceva l'erba che veniva tagliata per il fieno. Questi posti si chiamano (SERTE). Le più menzionate erano la "SERTA DALA MIRINA" e le "SERTA DALA MASSIMA), perché in queste "serte" si trovavano funghi più che negli altri posti; noi ragazzi addirittura andavamo e cercare anche mirtilli e fragole (ora purtroppo ci sono solo foglie).
I ricci che rimanevano sullo pianta venivano fatti cadere picchiandoli con un lungo bastone chiamato "PERTIGA", praticamente si diceva: "A sum nai a pertegà i castegn".
Questo lavoro si faceva anche con le noci o altre piante, dove non ci si arrivava si saliva sulla pianta. Si faceva questo in modo da poter fare il lavoro di pulizia una volta sola, quando era tutto
rastrellato, foglie e ricci, si ammucchiava e si bruciava, e il fumo emanava un delizioso profumo, difficile da dimenticare, infatti in mezzo ai ricci e alle foglie c'era sempre qualche castagna non raccolta e l'odore delle caldarroste si poteva fiutare anche da molto lontano.
Il nostro divertimento ere quello di passere sotto le piante dove avevamo bruciato e cercare in mezzo alle ceneri qualche castagna arrostita e quando lo trovavamo eravamo contentissimi anche perché essendo le ultime eremo buonissime.
IL GRANOTURCO invece si raccoglieva quando le spighe erano mature e si portavano a casa. Poi ci si trovava alla sera, una volte in una casa, l'altra volta in un'altra e tutti insieme ci aiutavamo; si tiravano via le foglie che ricoprivano la spiga di grano, alla fine del lavoro questa si presentava sfogliata e pulita, questa operazione si chiamava "SFUIÀ AL CARLON".
Io partecipavo spesso e volentieri quando ci chiamavano, anche perché si faceva sempre di sera e questo ero l'unico modo per poter stare in giro più a lungo fino a tarda sera.
C'era anche un detto che diceva: chi riusciva a trovare una spiga rossa avrebbe trovato subito la morosa o moroso. Allora tutti a sfogliare.
Io non ho mai trovato una spiga rossa ed è per questo che la morosa 1'ho trovata tardi, a parte questa battuta, era bello ritrovarsi insieme a tanti amici.
Quando le spighe erano sgranate, i chicchi di mais si portavano a piedi col gerlo a spalle fino a Dizzasco, dove c'era il mulino con la ruota di sasso che macinava il grano trasformandolo in ottima farina gialla per la polenta e crusca per le galline.
Anch'io diverse volte, ho avuto l'onore di accompagnare mia Mamma, dico onore perché per me è stato un grande piacere, indimenticabile. Quante belle mangiate abbiamo fatto con la nostra farina e il latte fresco. (PULENTA E LACC).
Neg1i ultimi anni anch'io con mia moglie Rita abbiamo sperimentato, anche con successo, una piccola coltivazione di granoturco con tutte le operazioni di sfogliatura davanti al camino fino alla macinatura, a Carlazzo dove esiste un mulino a ruota, non a piedi però...
TRADIZIONI
Alla sera prima dei morti (2 Novembre), si facevano, con le castagne, i "PELEE"; cioè le castagne pelate e bollite, poi alla sera un po' le mangiavamo noi, ed una parte (circa metà) le lasciavamo nella "CANESTRA“ perché i nostri genitori dicevano che quelle erano per i morti: alla sera, intanto che noi dormivamo, loro sarebbero venuti in silenzio a mangiarle.
Così io quando andavo a letto, naturalmente sempre prima dei genitori, facevo una notte un po' movimentata e agitata. Non vedevo l'ora che arrivasse mattina per vedere se i nostri morti avevano mangiato le castagne.
Infatti la mattina seguente, appena sveglio, scendevo di corsa giù in cucina a vedere e con mio grande stupore, le castagne nel1a canestra erano meno della metà di quelle che io avevo lasciato per loro. Così tutto contento chiamavo mia mamma dicendole: "Hai visto mamma, i nostri morti sono arrivati a mangiare le castagne", lei tranquilla mi rispondeva: "Hai visto Eliseo che i nostri morti non ci dimenticano mai e da lassù ci curano sempre, una volta all'anno vengono a trovarci, poi sono stati bravi, non hanno mangiato tutte le castagne, te ne hanno lasciate un po' per te!"
E con la gioia nel cuore, perché i morti avevano pensato a me, mangiavo quelle castagne, per me più speciali, con maggior soddisfazione.
Anche questa storia fa parte della realtà e della vita passata di Pigra.
Questa tradizione fa meditare, ognuno di noi la può interpretare come vuole. Io personalmente avendola vissuta la vedo come un insegnamento di rispetto, non solo per i vivi, ma specialmente per i nostri cari Morti.
Testo di Eliseo Ceschina - Novembre 2010
Maggio
Finalmente il mese della semina tanto atteso è arrivato: dalle Tartuful (patate); ai Fasoo (fagioli) col Baston (bastone); alle Burdon (rape); alle Carotul (carote) che noi, da ragazzi, rubavamo e mangiavamo; al granoturco, molto importante per le galline che per la macina; alle barbabietole per i Cunic (conigli) che tutti avevamo; all'insalata e a tante altri ortaggi.
Tutti pronti col badile a vangare, ognuno i propri pezzi di terreno che aveva (vedi foto). I campi venivano vangati dalla cima del paese fino a Purmapis, sotto la chiesa, strada mulattiera.
Quando c'erano dei campi vicini, tra un campo e l'altro si lasciava lo spazio per passare. Si vangava anche questo piccolo sentiero che segnava il confine (detto Solc) che era il più duro e ogni confinante vangava la sua metà.
Ogni zona dove si vangava o tagliava l'erba aveva ed ha un nome: Magazagnia, Forca, Serta, Crevat, Brugher, Zoc, Sotto la Chiesa, San Antoni, la Longa e Purmapis, più in giù Lumela e tanti altri ancora.
I semi delle patate, fagioli e granturco erano sempre quelli, della medesima quantità, perchè tutti li tenevano anno per anno.
Questo era quello che si faceva e che ricordo quando ero ragazzo io.
Naturalmente anche oggi ci sono ancora tanti Pigresi che coltivano l'orto anche con altre verdure, così come facciamo io e mia moglie, che tutti gli anni seminiamo fagioli col bastone e patate con le semenze tenute da parte dalla produzione dell'anno precedente.
Il mese di maggio, naturalmente, è anche un mese di preghiera dedicato alla Madonna Vergine Maria. Per tutto il mese, di sera, si faceva e si fa tutt'ora la Processione, soffermandosi e dicendo una preghiera davanti a tutte le Cappellette dove è esposta l'immagine della Madonna Immacolata.
C'è un detto Pigrese che riguarda i Pasquet (fiori che sbocciano a Pasqua – narcisi): “Al dì della Scension tuc i pasquet i và in furmigon” (il giorno dell'Ascensione i narcisi cominciano ad appassire). Questo quando le stagioni erano giuste.
Il mese di maggio è anche il mese dei bei fiori che crescevano (e crescono tutt'ora) spontaneamente sui nostri prati adornandoli coi loro deliziosi colori e profumi, come i Gratacu (crocus), le primule, le violette selvatiche, le margherite e quelli che sbocciavano sulle piante da frutto.
Testo di Eliseo Ceschina - Maggio 2010