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l'ocal'Oca

Anche a oca si giocava in piazza. C’era (e c’è ancora, necessariamente ”ristrutturato"), un muretto alto circa un metro e venti che occupa sul lato Nord quasi un terzo della lunghezza della piazza e delimita verso questa uno spazio privato davanti a una casa d’abitazione.

Il muretto, che dal lato prospiciente la casa è alto una quarantina di centimetri ed è in pratica una lunga panchina col sedile allora in sasso e adesso in cemento, pareva messo lì apposta perché noi potessimo giocare a Oca (un gioco -come state per apprendere- che era quanto di più lontano si possa immaginare dal diffusissimo ”gioco dell’oca").

Formate le due squadre e stabilito, nei modi consueti, quale doveva star "sotto” (e nel caso dell’oca "stare sotto" significava davvero essere sotto), uno dei componenti di quest’ultima (chiamiamola squadra A) appoggiava le braccia, ripiegate, sulla sommità del muretto e poi, piegato in due, si stendeva verso la piazza. Un suo compagno si incurvava su di lui afferrandolo alle reni e mettendo la testa sotto un braccio, un terzo si piegava allo stesso modo sul secondo, sempre cercando di riparare la testa con un braccio, e cosi via fino all’ultimo. Alla fine si aveva un fila di cinque o sei ragazzi , curvi e abbracciati uno all’altro, che dal muretto si stendeva ad angolo retto verso la piazza.

A questo punto il primo dell’altra squadra (chiamiamola squadra B), quello che sapeva spiccare il balzo più lungo, prendeva la rincorsa e arrivato a ridosso della schiena dell’ultimo della fila di A vi appoggiava le mani di slancio per un balzo che lo portava a ricadere, se era veramente bravo, sulla groppa del primo della fila. Un suo compagno lo imitava cercando di regolare il balzo per ricadere sul secondo della fila, e cosi via fino all’ultimo della squadra B il quale -in teoria- con un saltino montava in groppa all’ultimo della squadra A.

Facile? A dirsi!

Intanto la prima regola del gioco imponeva a chi saltava che come ricadeva così doveva restare. Se arrivavi sbilanciato a destra o a sinistra potevi si aggrapparti e stare aggrappato a chi avevi sotto, ma non dovevi fare alcun movimento per migliorare la tua posizione (e naturalmente era tassativamente proibito a quelli sotto di fare alcun movimento che la rendesse più critica). Poi non era detto che il primo B che saltava (chiamiamolo B1) arrivasse fino alla groppa di A1. Magari non ce la faceva, oppure il timore di battere con troppa violenza le ginocchia contro il muretto lo induceva a ”frenare" un poco il balzo e se cadeva dove finiva A] e cominciava A2 lì doveva restare, riducendo lo spazio disponibile per i suoi compagni. E così per B2 era indispensabile arrivargli proprio a ridosso e magari stendersi un po' sopra di lui per non ridurre ulteriormente quello spazio. Insomma, a ogni B che saltava la situazione poteva farsi più difficile per la squadra, anche perché c’è sempre da ricordare che spesso si atterrava in una posizione di equilibrio precario che non si poteva correggere. Ecco perchè l’impegno che più frequentemente toccava all’ultimo B (e per questo si lasciava per ultimo quello che sapeva spiccare il balzo più alto) era di saltare in groppa a uno dei suoi. Alla fine, osservando di lato il complesso di quelli sotto e quelli sopra, invece della linea continua e regolare di un ”cavaliere" per ogni ”cavalcatura" era più facile vedere un profilo che ricordava le due gobbe di un cammello o la gobba unica di un dromedario.

Ho accennato alla possibile situazione critica della squadra B i cui componenti, aggrappati fra di loro, aggrappati a quelli della squadra A e talvolta appesi di traverso come bisacce, fanno sforzi tremendi per non ”cadere di sella", ma è facile immaginare che nemmeno i componenti di A hanno vita I comoda: qualcuno di loro sta magari reggendo da qualche minuto un peso doppio del proprio perchè su di lui gravano due B; qualcun altro deve resistere contemporaneamente a un peso sulla groppa e a quello di un B che aggrappato a lui e sorretto per quanto possibile da un compagno gli sta gradatamente scivolando sotto, ma ancora non molla, fin quasi ad assumere la posizione dei compagni di Ulisse sotto le pecore di Polifemo.

A questo punto avete già capito che lo scopo di quelli sopra è di restare comunque "in sella" fino a quando quelli sotto non ce la fanno più a reggerli, e lo scopo di quelli sotto è di resistere fino a quando uno di quelli sopra mette un piede (o qualunque altra parte del corpo!) a terra: nel primo caso al prossimo turno resta sotto la squadra A, nel secondo va "sotto” la squadra B.

Ma, e oca? Era il grido lanciato o il gemito emesso da quello della squadra sotto che per primo cedeva. Ma perchè oca? Non si sa. Forse perchè non si poteva confondere con altri richiami, i forse perchè era più breve e meno esplicito di "mi arrendo"...

Scegliete voi.

Anche se non comportava botte intenzionali agli avversari, dire che oca non era un gioco rude sarebbe negare l’evidenza, e alla fine qualche ammaccatura era inevitabile. Però nessuno si è mai fatto male seriamente e in conclusione le vere ”vittime" erano le mamme, un’altra volta alle prese con tasche penzolanti e asole vedove.

Al pòrtach dal Sìlu. : ll portico del Silu, com’era: un angolo bellissimo. È stato inevitabilmente cambiato, ma con rispetto, tanto che è bello ancora.

Tratto dal libro di Deo Ceschina
Si ringrazia la moglie Elisa Ceschina per la pubblicazione

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